Gli effetti del giudicato: il caso Eluana Englaro

In questi giorni il caso Eluana ha occupato televisioni e giornali in ogni angolo del globo. Se ne sono sentite di tutti i colori e io non mi sono espresso, nonostante qualcuno si sarà atteso un mio breve commento. Lo so, ma il solo pensiero di scrivere su un tema così delicato mi arrecava torpore. Non vi nascondo, però, che io sono dalla parte della famiglia Englaro perché mi sentirei ipocrita a giudicare l’operato del papà di Eluana senza poter capire – e spero di non doverlo mai fare – cosa possa aver provato (e provare tutt’ora) il sig. Peppino Englaro.

Ma io non mi trovo sul mio blog per entrare nel merito della vicenda, ma solo per trattare un punto di natura legale di quanto accaduto, soprattutto in politica: la valenza di un decreto-legge e gli effetti della sentenza passata in giudicato. Finora tutti a parlare, discutere, gridare. Ma solo una persona ha finalmente detto quello che volevo sentir dire in una trasmissione televisiva che fosse degna di una informazione sana e corretta: il professor Rodotà.

Ci troviamo a Ballarò, Raitre, e il prof. Rodotà impartisce una lezione di diritto al ministro della giustizia Alfano: lasciando da parte il discorso dell’idoneità o meno di un provvedimento d’urgenza quale il decreto-legge, il prof. Rodotà spiega in modo chiaro che un atto legislativo non può intervenire su una sentenza (di ultimo grado) passata in giudicato. Bene, il ministro cerca di dribblare la difficoltà portando l’argomento sulla certezza del diritto, nel senso che l’ampia interpretazione delle norme da parte della magistratura non fissa certezze per i cittadini (e anche su questo non sono d’accordo). Ringrazio il prof. Rodotà per la lezione di diritto svolta nel corso della trasmissione.

Oltre a questo, vorrei anche dire che se la comunità scientifica ritiene impossibile un risveglio dopo oltre dieci anni (meglio, dopo cinque), considerando i casi nel mondo e parlando di morte cerebrale o della corteccia, allora probabilmente Eluana non era davvero in vita ma in un limbo creato dal progresso della medicina. Inoltre, se i giudici hanno ricostruito quella volontà che Eluana non poteva più esprimere personalmente e se è vero che, allorquando il soggetto non possa o non sia in grado di prendere decisioni personalmente, esiste la patria potestà, allora dobbiamo accettare la scelta di Peppino Englaro accolta da quella Corte che ha autorizzato la sospensione dell’alimentazione.

Un soggetto capace di intendere e volere può smettere di mangiare, può non accettare l’accanimento terapeutico, può… può… Al contrario, chi non può scegliere ha normalmente un “sostituto”, soggetto con patria potestà o amministratore di sostegno che prende le veci dell’interessato. Se concediamo una libertà nel primo caso, perchè non dovremmo concederla nel secondo? Riflettiamo anche su questo.

Questa la mia opinione, ora lascio spazio alla vostra.

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