Proposta di Ichino: periodo di prova e licenziamenti

Ecco una delle proposte di Pietro Ichino, cosa ne dite? A me non sembra male, soprattutto perché è da tempo che la ritengo necessaria per evitare quello che è il vero problema di precarietà: l’elusione normativa con il contratto a tempo determinato, laddove le aziende si inventano i motivi per l’applicazione ex d.lgs. n. 368/2001, tutto per poter ottenere un periodo di prova più lungo o, comunque, per evitare un “matrimonio” con il lavoratore considerando la sentita difficoltà di separazione…

Per la riforma del diritto del lavoro: tutti a tempo indeterminato, con un contratto più flessibile, ma con maggiore sicurezza nel caso di perdita del posto

PIETRO ICHINO – Propongo di promuovere una grande intesa tra lavoratori e imprenditori, nella quale questi ultimi rinunciano al lavoro precario in cambio di un contratto di lavoro a tempo indeterminato reso più flessibile con l’applicazione di una tecnica di protezione della stabilità diversa da quella attuale per i licenziamenti dettati da motivo economico-organizzativo.
La cosa può funzionare così:

  • d’ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro, esclusi soltanto quelli stagionali o puramente occasionali, si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato, che si apre con un periodo di prova di sei mesi;

  • la contribuzione previdenziale viene rideterminata in misura uguale per tutti i nuovi rapporti, sulla base della media ponderata della contribuzione attuale di subordinati e parasubordinati; una fiscalizzazione del contributo nel primo anno per i giovani, le donne e gli anziani determina la riduzione del costo al livello di un rapporto di lavoro a progetto attuale; la semplificazione degli adempimenti riduce drasticamente i costi di transazione;
  • dopo il periodo di prova, si applica la protezione prevista dall’articolo 18 dello Statuto per il licenziamento disciplinare e contro il licenziamento discriminatorio, per rappresaglia, o comunque per motivo illecito;
  • in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi, invece, il lavoratore riceve dall’impresa un congruo indennizzo che cresce con l’anzianità di servizio;
  • viene inoltre attivata un’assicurazione contro la disoccupazione, di livello scandinavo: durata pari al rapporto intercorso con limite massimo di quattro anni, con copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione, decrescente di anno in anno fino al 60%), condizionata alla disponibilità effettiva del lavoratore per le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione;
  • l’assicurazione e i servizi collegati, affidati ad enti bilaterali, sono finanziati interamente a carico delle imprese, con un contributo determinato secondo il criterio bonus/malus (il cui costo iniziale è stimato intorno allo 0,5% del monte salari): l’imprenditore che ricorre con maggiore frequenza al licenziamento per motivi economici od organizzativi vede lievitare il contributo; quello che non vi ricorre lo vede scendere;
  • il compito del giudice è limitato a controllare, su eventuale denuncia del lavoratore, che il licenziamento non sia in realtà dettato da motivi illeciti (per esempio: licenziamento squilibrato a danno di persone disabili, donne, lavoratori sindacalizzati, ecc.); il “filtro” dei licenziamenti per motivo economico è costituito invece essenzialmente dal suo costo per l’impresa; costo che la legge o il contratto collettivo stabiliscono in misura tanto più alta quanto maggiore è il livello di stabilità che si vuol garantire.

(proposta n. 3 di Pietro Ichino, su http://www.pietroichino.it)

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26 risposte a Proposta di Ichino: periodo di prova e licenziamenti

  1. Maccio ha detto:

    “La Conferenza generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro, riunita a Filadelfia nella sua ventiseiesima sessione, adotta, in data di oggi 10 maggio 1944, la presente Dichiarazione sugli scopi e sugli obbiettivi dell’Organizzazione internazionale del Lavoro e sui principi che devono ispirare l’azione degli Stati che ne fanno parte.
    I
    La Conferenza riafferma i principi fondamentali sui quali l’Organizzazione è basata, e cioè che :
    a) il lavoro non è una merce ;
    b) le libertà di espressione e di associazione sono condizioni essenziali del progresso sociale ;
    c) la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti ;
    d) la lotta contro il bisogno dev’essere continuata in ogni paese con instancabile vigore ed accompagnata da continui e concertati contatti internazionali nei quali i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, in condizioni di parità con i rappresentanti governativi, discutano liberamente e prendano decisioni di carattere democratico nell’intento di promuovere il bene comune.”

    Non mi pare che Ichino prenda come riferimento questo modello, in quanto stabilisce che il datore di lavoro ha diritto al licenziamento purché lo monetizzi.
    Inoltre ho come la sensazione che dietro l’impianto “riformista e moderato” ci sia la solita sòla per i lavoratori. Infatti quel riferimento alle questioni tecniche, organizzative ed economiche che le aziende dovrebbero addurre per licenziare in tronco il lavoratore si nasconde la solita e irrisolta questione: il rapporto tra la parti è asimmetrico, ovvero il datore di lavoro è in una posizione privilegiata. Certo il “buon” Ichino si affanna poi a dire che per poter licenziare il datore di lavoro deve risarcire il lavoratore e che poi gli enti bilaterali dovrebbero farsi carico di garantire per massimo 4 anni un retribuzione adeguata al lavoratore disoccupato.
    Però, come detto prima, passa il concetto che se pago ho il diritto a licenziare (i motivi tecnici, organizzativi ed economici sono la foglia di fico e si sa che ogni azienda li potrebbe produrre in 0 secondi). Dal punto di vista etico non mi pare un brillante passo avanti…

  2. Eleonora Voltolina ha detto:

    Caro Luca
    ho scoperto il tuo blog attraverso quello della giornalista Angela Padrone, che ha citato nel suo ultimo post la mia iniziativa La Lista dei Buoni. Scopro così uno spazio molto interessante e ricco di notizie/riflessioni: tornerò a farti visita.
    Per ora, lascio solo una risposta-flash a Maccio: il testo che tu citi è del 1944. Sono passati più di sessant’anni, ci sono state guerre e scoperte tecnologiche e innovazioni impensabili. L’età media è cresciuta, ovunque nel mondo occidentale, di almeno 10 anni. Le competenze si sono diversificate, i mercati si sono aperti alla globalizzazione, i media permettono una diffusione delle notizie in tempo reale.
    Pietro Ichino non ha fatto altro che formulare, per questa Italia che sembra ancorata in maniera “autistica” a modelli vecchi di almeno trent’anni, una possibile riforma del mercato del lavoro che gioverebbe alla maggioranza.
    Certo, non a quelli che credono che il contratto a tempo indeterminato debba per forza coincidere con l’illicenziabilità. Certo, non a quelli che vedono ancora contrapposti su due fronti i datori di lavoro e i dipendenti.
    Ma è l’unica proposta seria per uscire dallo stallo. O davvero tu pensi, Maccio, che la soluzione per uscire dal problema sempre più grave della precarietà dei giovani e degli stipendi troppo bassi possa essere fare milioni di contratti a tempo indeterminato, e via?
    Mi scuso per la passionalità con cui ho espresso il mio parere, ma davvero non ne posso più di sentire gente che accusa Ichino di voler dare una “sòla” ai lavoratori, incartandogliela il meglio possibile.
    Ichino è una persona onesta, competente, che ha vissuto per anni all’interno delle dinamiche sindacali e dunque che conosce quello di cui parla. La sua proposta è, a mio avviso, attualmente l’unica concretizzabile per rimettere in corsa il mercato del lavoro italiano, e restituire all’Italia non sono competitività, ma anche benessere.

  3. Eleonora Voltolina ha detto:

    Scusate, non mi sono presentata: sono Eleonora Voltolina, faccio la giornalista e gestisco il blog La Repubblica degli Stagisti (http://repubblicadeglistagisti.blogspot.com/).
    A presto!

  4. Loud ha detto:

    Ciao Eleonora, grazie del passaggio e del commento di risposta a Maccio, che condivido.
    Ogni giorno faccio assunzioni e vedo quello che fuori non si dice: ossia che i datori di lavoro sentono la necessità di un periodo di prova più lungo, perché non è facile trovare la persona giusta per un’attività creando un mix sul lavoro che possa funzionare, un mix che includa anche i rapporti personali, la professionalità, la dedizione al lavoro, ecc.
    Un datore di lavoro deve essere libero di provare adeguatamente un lavoratore, nel rispetto della sua persona, per il tempo necessario: un semestre mi sembra una buona soluzione (tra l’altro è il limite del legislatore, sorpassato mediante i c.c.n.l.).
    E il licenziamento? I motivi illeciti vanno ostentati, ma le ragioni di costo no.
    Maccio, tu dici che un’azienda li trova in zero secondi? Bene, tutto è sempre contestabile in giudizio. Magari applichiamo la regola della concertaizone sindacale se può mettere in pace gli animi del garentisti dell’art. 18 St. lav.
    E poi diciamocelo: due persone possono non andare più d’accordo. Perché insistere con quel rapporto? E’ giusto che il rapporto possa concludersi senza troppe difficoltà (e ovviamente non per motivi illeciti come la discriminazione o per ragioni di sesso, ecc.). Tanto prima o poi il risultato non cambia: dimissioni, licenziamento o risoluzione consensuale arrivano sempre. E’ questione di tempo. Ma se gli enti bilaterali si occupassero di aiutare davvero i lavoratori con un giusto sostentamento economico, aiutandoli magari a trovare un nuovo lavoro (in coadiuvazione coi Centri per l’impiego suppongo), non sarebbe una pessima soluzione. Anzi!
    Maccio, tu citi una conferenza del 1944, ma dimentichi che l’attuale (dal 1942) articolo 2118 del codice civile concede la possibilità di recesso a tempo indeterminato dando il preavviso previsto dal c.c.n.l. Come mai questo vale solo per i lavoratori? Se citiamo note o fonti allora teniamo presente anche questo.
    Se un lavoratore lavora bene e partecipa (la “partecipazione alla gestione di impresa” non è ancora attuata in Italia, a differenza di altri paesi europei), allora fidati che un datore non ha interesse a licenziarlo. Ma oltre a tutelare i lavoratori vanno tutelate anche le imprese e la loro produttività.
    Quindi Ichino fa una proposta non squilibrata: licenziare sì, se per ragioni economiche e non per motivi illeciti, ma assistendo il lavoratore nella reimmissione nel mercato del lavoro (e qui gli strumenti di Biagi tornano a modernizzare la nostra legislazione).
    Nulla toglie che vi siano datori di lavoro disonesti, ma fidati che i lavoratori non sono dei santi.
    Bisogna fare delle scelte ponderate, e le proposte di Ichino mi sembrano tali. Non bisogna andare solo in tutela di una parte, altrimenti continueremo a trovare la conflittualità creata dai sindacati che tanto vogliono mantenere per varie ragioni che qui è meglio omettere… Ed il caso Italia, infatti, è sempre “particolare” rispetto al resto dell’Europa.

  5. mikecas ha detto:

    non bisogna pero’ dimenticare che se non cambia la struttura industriale e dei relativi servizi verso una maggiore innovazione nei prodotti, una maggiore “intelligenza” nei lavori stessi, non ci puo’ essere “alchimia” che possa impedire la continua diminuizione del costo del lavoro e delle sue protezioni sociali….

  6. arduous ha detto:

    una curiosita… una persona che scrive queste cose: “articolo 2118 del codice civile concede la possibilità di recesso a tempo indeterminato dando il preavviso previsto dal c.c.n.l. Come mai questo vale solo per i lavoratori? Se citiamo note o fonti allora teniamo presente anche questo.
    Se un lavoratore lavora bene e partecipa (la “partecipazione alla gestione di impresa” non è ancora attuata in Italia, a differenza di altri paesi europei), allora fidati che un datore non ha interesse a licenziarlo. Ma oltre a tutelare i lavoratori vanno tutelate anche le imprese e la loro produttività.”

    oggi, nel 2008, è di sinistra?

    scusate se la domanda se vi sembra stupida. è solo che vorrei capire come orientarmi nel 2013… saluti

  7. Maccio ha detto:

    Mi spiace che la reazione al mio commento sia, per così dire, “emotiva” e perda di vista il contenuto del mio commento. A voi la proposta Ichino piace? Bene, peggio per me, ma non fatemi dire cose che non ho scritto.
    Ichino è un disonesto? Non credo e non ho motivo di pensarlo, né tanto meno di scriverlo!
    I lavoratori sono tutti stinchi di santo? Non mi sento proprio di sottoscriverlo! Tanto più che gran parte di loro ha votato per il PdL 😉

    Il mio intervento era volto a sottolineare come una fondamentale affermazione dell’organizzazione internazionale del lavoro evidentemente non è presa in considerazione dal buon Ichino. L’affermazione è del ’44 ed è troppo vecchia? Bene, vorrei ricordare ad Eleonora che la nostra Costituzione è di soli 4 anni più giovane. Sarà da gettare anche quella? Immagino che per Eleonora anche la nostra Costituzione sia anacronistica…
    Io invece non lo credo. Le affermazioni di principio come quelle contenute nella prima parte della nostra Costituzione o quella citata di Filadelfia del ’44 sono chiaramente indicazioni etiche che dovrebbero consentire all’umanità di definire regole di convivenza. Ogni epoca ha una sua etica, a me piace pensare di vivere in un’epoca dove si è dichiarato formalmente che il lavoro non è una merce e quindi mi sento di contestare chi cerca invece di renderlo una merce.

    Nel mio intervento non ho dato soluzioni. Forse, anzi sicuramente, non sono in grado di dare soluzioni. Eppure sia Luca che Eleonora interpretano quello che ho scritto come una soluzione antitetica a quella di Ichino. Siete davvero troppo buoni, perché il mio intervento non era una soluzione, era semplicemente una critica all’inadeguatezza etica che secondo me sta dietro alla filosofia di Ichino.
    Io credo che sia giusto che il lavoro non diventi una merce e sono convinto che il valore etico di questa affermazione debba essere superiore all’impatto sull’economia.

    Infine, se è vero che questa affermazione è datata, è anche vero che la redistribuzione del PIL è negli ultimi tempi decisamente sbilanciata a favore degli utili delle aziende invece che a favore dei salari. Mi pare quindi improprio sostenere, come fa Luca, che lavoratore dipendente e datore di lavoro debbano essere messi sullo stesso piano. Anche solo credere che “… tutto è sempre contestabile in giudizio.” possa ritenersi un “paracadute sufficiente” significa dimenticare che il lavoratore ha molte meno risorse economiche del datore di lavoro, oppure essere degli ingenui. Qualunque lavoratore, prima di andare in causa (anche se ha ragione) ci penserà 1000 volte. Sia per i costi, ma anche per i tempi che mediamente sono di circa 3/4 anni per arrivare alla conclusione, conclusione che non è mai scontata.
    In fondo, invece, concordo abbastanza con l’affermazione di Luca che “Non bisogna andare solo in tutela di una parte…”, purtroppo la legislazione degli ultimi 10 anni vanno solo a tutela dei datori di lavoro. Nelle enunciazioni e nei fatti è così 😦

  8. Pensatoio ha detto:

    Io credo che l’articolo 18 non vada assolutamente riformato, a meno che non sia inserito nella costituzione un articolo che preveda un reddito di cittadinanza per tutti gli inoccupati (anche minorenni).
    Qualsiasi diversa soluzione renderebbe complessivamente il lavoro più precario (chi definirebbe infatti il licenziamento dovuto a motivi economici o organizzativi se non l’azienda ? E questo non sarebbe un lasciare eccessiva discrezionalità di applicazione della legge ad una sola delle parti in causa ?)
    E la precarietà del lavoro significherebbe una diminuzione della domanda soprattutto per beni durevoli, con ulteriore peggioramento della nostra economia.

  9. mario ha detto:

    Su chi è Ichino e su quello che rappresenta forse è utile dare un’occhiata al suo C.V.
    Uno che predica bene e razzola molto male.
    Che i datori di lavoro abbiano bisogno di un ulteriore strumento (i 6 mesi) per essere garantiti sulla “qualità” di chi assumono fa ridere.
    Per i livelli più alti (dal quadro in su) è così da sempre.Solo che i datori di lavoro le competenze, di solito, le inquadrano ai livelli più bassi.Pensate veramente che per uno che lavora al call center la questione siano i 6 mesi per valutarlo?
    Per gli altri, cosa c’è da aggiungere rispetto alla marea di contratti a termine, stage, contratti di formazione e simili che già esistono?
    Sulla contribuzione, che impatto ha sulla pensione a fine periodo?
    Per il resto, l’unica cosa che colgo (ma non è chiaro) è l’abbandono della gestione attraverso strumenti come la cassa integrazione o la mobilità.Forse varrebbe la pena esplicitare le differenze tra la proposta e l’attuale gestione.
    rimane la questione di fondo, che mi sembra espliciti Maccio, chi è che ci ha guadagnato fino ad ora nonostante la tanto disastrata legislazione sul lavoro? A leggere le conclusioni di una recente analisi fatta da economisti del Mit, direi le imprese.

  10. rigitans ha detto:

    sono mediamente d’accordo con queste proposte, di sicuro un passo avanti all’immobilismo attuale. l importante è fare una flexsecurity”di sinistra”, che tuteli i lavoratori e il lavoro in particolare contro lo sfruttamento e la speculazione. il problema è rendersi conto delle differenze tra società e società, nel settore, nelle dimensioni, non si può fare di tutta l’erba un fascio. inoltre io aiuterei anche l’apertura di un azienda da parte di chi non ha fondi o ne ha di limitati: apertura con meno burocrazia, tasse minime all’inizio(es il primo anno) e quando il reddito aumenta l’imprenditore comincia a pagare le tasse a ritmo. l’importante è che non si faccia guadagnare gli imprenditori a scapito di esigenze e diritti dei lavoratori dipendenti

  11. Mauro ha detto:

    Non sono un elettore di sinistra ma mi trovo pienamente d’accordo con la proposta di Ichino. Bisogna avere il coraggio di cambiare le cose e scordiamoci che si possa essere tutti assunti INDE (con il significato attuale) perché in momenti di crisi le imprese devono poter alleggerirsi. Ve lo dice uno che per colpa di pochi fannulloni ha subito un licenziamento collettivo pur essendo uno di quelli su cui l’azienda contava di più. Non potendo licenziare i singoli l’azienda ha chiuso tutta la filiale. Questa è la “tutela” che il sistema paralitico sindacale offre oggi, cioè la tutela dei debosciati a danno di tutti quanti.
    Il sistema di Ichino si usa anche in Irlanda (INDE con 6 mesi si proroga) e l’Irlanda è un paese che ha un PIl che noi ce lo scordiamo, importa migliaia di immigrati qualificati (non a lavare i vetri e a suonare il violino in metropolitana come si fa in Italia).
    Se fossimo tutti INDE le imprese private chiuderebbero dopo 1 settimana o trasferirebbero le produzioni all”est in massa. A meno che non si nazionalizzino. Questa è una soluzione di tipo comunista che si può condividere o meno ma comunque è una proposta.
    Alitalia perde 30 euro al secondo perché hanno assunto migliaia di raccomandati che non servono a nulla e chiunque la comprerà dovrà tagliare il personale, che ci piaccia o no. Questo perché in Italia non è possibile licenziare liberamente.
    Ablendo la distinzione tra precari e posti fissi tutti avrebbero accesso al credito in egual misura perché le banche avrebbero di fronte persone tutte nella stessa condizione. Inoltre si ridurrebbe al conflittualità sociale e interaziendale.
    Questo, caro MOCCIA, a discapito di tute le conferenze e le chiacchiere di principio che possiamo fare da qui all’eternità. C’è un problema e bisogna risolverlo e questo non si fa con le dichiarazioni di principio.

  12. Loud ha detto:

    Ciao Mauro, mi trovi complessivamente d’accordo.

    Maccio, non mi pare di averti dato una risposta esclusivamente “emotiva”, ma come sai io non credo che la soluzioni ai problemi della legislazione del lavoro consistano nel rafforzamento delle tutela, o almeno non come soluzione principale e quasi unica, bensì nell’analisi delle situazioni: laddove si riscontra un disagio (non solo dei lavoratori, ma va valutato anche quello dei datori di lavoro, desumibile dai comportamenti e dalle pratiche contrattuali) va risolto con delle riforme che tutelino entrambe le parti contraenti ma possano rispondere in modo idoneo alle richieste del soggetto che risente della normativa attuale.
    Per i lavoratori partirei dalla riforma dei percorsi formativi, in particolar modo universitari, spingendo i giovani a coltivare un interesse professionali e indirizzarsi sul settore di competenza (e non andare allo sbaraglio alla ricerca di un lavoro, considerando che tale atteggiamento è spesso visto negativamente dai selezionatori – e concordo -), per arrivare alla creazioni di istituti sociali che possano far fronte ai momenti di difficoltà dei lavoratori, quindi gli ammortizzatori sociali lasciati inattuati dalla riforma Biagi.
    Per i datori di lavoro darei la possibilità di un periodo di prova più lungo per evitare di “violentare” la normativa sui contratti a termine e ricondurre la sua applicazione a quella di base per cui è stata promulgata; dando incentivi economoci a chi assume a tempo indeterminato (ma escludendo chi lo fa in situazioni di licenziamento pregresso nel breve periodo, onde evitare un abuso al contrario), incentivando la formazione dei lavoratori per favorire lo sviluppo delle risorse umane (incentivi qui mediante fondi di formazione e/o crediti di imposta); infine dando la possiblità di concludere un rapporto di lavoro quando vi siano delle ragioni (anche economiche, previo accertamento in sede sindacali se vuoi) che ne rendano “opportuna” la cessazione (quindi no per motivi illeciti, si per ragioni economiche o per conflittualità tra le parti che tanto, con il tempo, porterebbe comunque ad una rottura) ed in tutte queste ipotesi di recesso ante tempus, prevedere un sistema per aiutare il lavoratore a ritrovare il lavoro (andando oltre a quel che fanno i Centri per l’impiego, sfruttando le idee di Biagi e facendo funzionare la Borsa continua nazionale del lavoro), coinvolgendo gli enti paritetici e di formazione, coinvolgendo i lavoratori interessati e, soprattutto, dando un sostegno economico a quest’ultimi per il tempo necessario.

    Insomma, continuare nella riforma del diritto del lavoro, dando le tutele ma anche gli strumenti. Allontanandosi dai concetti di solo principio e cercando di dare risposte alle domande che gli attori del mercato del lavoro pongono ogni giorno.
    Perché insistere sempre con i vecchi ordinamenti?
    Io proverei. E proverei dandoci un obiettivo e fissando un tempo sufficientemente ampio (minimo 5 anni) per verificare se gli effetti sono positivi.

    🙂
    Luca

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  15. Maccio ha detto:

    Due note per rigitans.

    La flexisecurity non è altro che un modello, attualmente maggioritario nella discussione politica ed economica, con il quale si vuole dare una risposta all’esigenza di cambiare l’attuale modello di welfare che appare non più sostenibile. Il cosiddetto welfare state si caratterizza come la maggior parte della spesa pubblica: previdenza, ammortizzatori sociali, assistenza, sanità, istruzione, politiche per la casa. I diversi paesi definiscono modelli diversificati in base alla storia, alle dinamiche che si sono create tra mercato, stato e ruolo della famiglia, all’idea di giustizia sociale (nel modello cosiddetto consequenziale si è interessati ad aiutare le persone comunque indipendentemente dal perché sono povere, mentre nel modello procedurale si è interessati a fornire basi di partenza comuni a tutti gli individui). In generale si possono fare le seguenti distinzioni:
    * Liberista (Usa-UK post Thatcher) dove l’impatto dello stato è limitato al minimo;
    * Socialdemocratico (Paesi nordici) dove c’è un’importante ruolo dello stato, con un’occupazione pubblica qualificata ed un’alta partecipazione;
    * Corporativo o Continentale (Germania, Francia, Belgio) dove si definisce il concetto di sussidiarietà, con la valorizzazione dell’approccio consequenziale ed un importante ruolo dei valori religiosi
    * Mediterraneo (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) dove predomina familismo ed assistenzialismo generando una brutta copia del modello Continentale.
    Al di là di queste differenze l’ordine di grandezza per la spesa per il welfare in Italia è quasi il 70% della spesa pubblica primaria ed il 30% del prodotto interno lordo ed è in linea con la spesa degli altri paesi europei. Oggi si discute della crisi del welfare state causata dall’invecchiamento della popolazione, anche grazie al progresso della medicina, alle modifiche sociali seguite al mutato ruolo della donna nella famiglie e nel mercato del lavoro ed ultima, ma non meno importante, la cosiddetta globalizzazione.
    Come detto la risposta su cui pare vi sia una convergenza, è quella della flexisecurity o modello produttivistico. Il concetto di fondo è che si debbano prevedere meno tasse per garantire la crescita, ma che al contempo vi siano adeguati ammortizzatori sociali. In questo modello la funzione del welfare è strumentale alla crescita economica che è legata alla competitività. E’ questa crescita che dà la garanzia di disporre delle risorse per le riforme del welfare. In sostanza è una sorta di “versione dolce” del liberismo, ma che, per garantire adeguati ammortizzatori sociali, ha costi molto alti. Peraltro, in Italia, si corre il rischio che, per giustificare la sostenibilità pensionistica, si sacrifichino altri costi sociali come i lavori di cura della persona che non sono pagati. Ma questi non sono i soli limiti.
    Siccome l’unico elemento di interesse è l’aumento dell’offerta di lavoro si abbassano i parametri legati ad equità della remunerazione e qualità del lavoro e si pone poca attenzione ai temi della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, sottovalutando il rischio di creare mercati segregati.
    In base a queste ultime considerazioni mi pare un ossimoro definire un modello di flexisecurity di sinistra, in quanto è proprio il lavoro, il suo valore, la sua remunerazione che vengono tagliati. Non credo che la sinistra, dopo il recente disastro elettorale, possa a cuor leggero buttare a mare anni di storia e dimenticare da dove viene, ovvero dimenticare che il suo elettorato di riferimento sono i lavoratori.

  16. Maccio ha detto:

    Per Mauro.

    Non sono stupito che tu non sia un elettore di sinistra. Non a caso giochi in modo patetico con i nomi (maccio > moccia, sai che risate!!! Come quelle che si fanno al tg di Fede che usa lo stesso mezzuccio per screditare qualsiasi avversario del suo padrone) e ti riconosci nelle tesi di Ichino che non a caso è stato eletto senatore nelle file di un partito che certamente non è di sinistra, ma possiamo definire moderato.

    Rispetto alla situazione irlandese devo dire che c’è grande dinamismo, ma al momento sono ancora molto indietro rispetto a noi. Non lo dico per fare il gradasso, lo dico perché la crescita del PIL ai livelli irlandesi, ma anche indiani e cinesi, è pensabile solo per economie in forte crescita. L’Italia non si trova in queste condizioni e quindi paragonarla all’Irlanda è improprio, se non addirittura concettualmente sbagliato. La soluzione che si è scelta in Italia è quella di arretrare sulla tutela del lavoro per garantire quella dinamicità che le aziende non avrebbero perché non investono, perché non innovano, perché non hanno quella spinta di crescita che avevano negli anni ’50 e ’60 quando eravamo noi che facevamo quello che sta facendo ora l’Irlanda.
    Il problema è qui: l’inadeguatezza del tessuto produttivo italiano alle nuove sfide rischia di farci perdere il treno della modernizzazione. Come si decide di risolverlo? Scaricando anche le responsabilità di mancata innovazione, mancata ricerca, mancata competitività sui prodotti delle aziende sui lavoratori abbassando i livelli di tutela per garantirsi una sufficiente flessibilità.

  17. Maccio ha detto:

    Caro Luca, non svicolare.

    Il tema era: monetizzare il licenziamento dei lavoratori, ovvero avallare la tesi che il lavoro è una merce è eticamente corretto? Detto questo e detto che evidentemente Ichino ritiene che il lavoro sia una merce mi devi spiegare cosa ne è del lavoratore, cioè cosa ne è di colui che è il portatore del lavoro considerato merce. Un inutile orpello? Solo un problema umanitario da gestire con qualche miglioria al sistema degli ammortizzatori sociali?

    Ancora. Il problema del periodo di prova è un falso problema che introduci in modo surrettizio. Infatti il periodo di prova viene “allungato” con contratti a termine anche per quei lavori che evidentemente non necessitano più dei 45 giorni di prova per valutare se la persona è in grado di svolgere con profitto quell’attività. Vedi quello che accade alle cassiere dei supermercati. Lo scopo chiaro è solo quello di tenere il lavoratore il più possibile a “testa bassa” sotto la spada di Damocle che è il mancato rinnovo o prolungamento del contratto.

    Ancora. Qui non mi pare si discuta di aumentare le tutele. Ovvero nessuno ha posto il problema che non è giusto che se la mia unità produttiva è al di sotto dei 15 dipendenti in un’azienda che ha 40 dipendenti io non ho il paracadute dell’art. 18, ovvero sono in tutela obbligatoria piuttosto che in tutela reale. Si parla invece di riformare la legislazione del lavoro rendendola più flessibile a vantaggio delle aziende (perché certo non si può dire che le flessibilità introdotte da Treu, Maroni ed ora proposte da Ichino siano a favore dei lavoratori). Ma qual è lo scopo? Questa domanda non è secondaria. Perché ad un certo punto è diventato tanto pressante modificare le tutele del lavoro? Tanto che sull’art. 18 c’è stato addirittura un referendum?!?
    Forse perché il mondo imprenditoriale trovava più semplice competere sull’abbassamento dei diritti del lavoro (e quindi sui costo) piuttosto che sull’innovazione tecnologica e produttiva? E questo non ti fa pensare che è ancora evidente che tra le parti in causa (lavoratori/imprenditori) vi è grande disparità? E questa disparità secondo te sarà aumentata o diminuita da un patto che inevitabilmente indebolisce i lavoratori perché ne mercifica la prestazione lavorativa? Come ho scritto in un altro commento l’unico interesse è l’aumento dell’offerta di lavoro per consentire l’abbassamento dei parametri legati ad equità della remunerazione e qualità del lavoro, ponendo poca o nulla attenzione ai temi della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (i famosi bamboccioni di Padoa Schioppa che restano in casa fino oltre i 30 anni perché credi lo facciano? Mica perché gli piace stare con la mamma ed il papà, più probabile perché hanno un lavoro insicuro o instabile) e sottovalutando il rischio di creare mercati segregati (penso al tema delicatissimo della cura delle persona. In quel caso le famiglie diventano datori di lavoro perché lo Stato non è in grado di fornire l’assistenza adeguata agli anziani. Queste lavoratrici si trovano nella condizione di essere indispensabili e nonostante questo di essere marginalizzate dalla nostra società).

    Infine una cosa in tutta franchezza che mi sento di dirti in piena libertà e che volevo già segnalarti da tempo. E’ abbastanza stucchevole ed inutile l’utilizzo declamatorio della terminologia latina, seppure calata nel contesto. Francamente “ante tempus” non aggiunge nulla di più e di meglio alle tue argomentazioni. Se fossi in te mi concentrerei più sulle argomentazioni che su questi “giochi linguistici”…

  18. Maccio ha detto:

    Per arduous.
    Scusa, se mi fossi accorto prima del tuo contributo ti avrei risposto subito. Perché la domanda che poni è proprio molto interessante.

    A mio avviso chi scrive cose di quel tipo non è di sinistra, o forse non sa bene cosa si intende per essere di sinistra. E’ a mio avviso un conservatore che stabilisce che l’ordinamento attuale (chiaramente a favore degli imprenditori) debba essere potenziato a tutela e garanzia di maggiori flessibilità e quindi profitti. Questa teoria poi sostiene che naturalmente tutti ne avrebbero benefici dalla redistribuzione della ricchezza, tranne poi scoprire che in Italia questa redistribuzione manca. Questo propugnano i e conservatori in tutto il mondo ed in Italia non fanno differenza.
    Essere di sinistra non vuol dire scegliere come avversario politico Berlusconi o Fini o Bossi, significa percorrere tutte le strade che consentano di garantire l’equità e la giustizia sociale che, se praticate, consentono la libertà per ogni individuo. Naturalmente la storia ci ha mostrato diverse sinistre che hanno cercato di ottenere questi risultati in modo diverso. Le sinistre riformiste e le sinistre rivoluzionarie hanno mostrato ricette diverse, purtroppo oggi la confusione che regna sotto il cielo è tanta e così un conservatore come Berlusconi viene scambiato come un riformista, anche se in realtà le riforme da lui fatte sono state tutte all’insegna della conservazione dello status quo (vedi la riforma radio televisiva, oppure la riforma scolastica che ha reintrodotto meccanismi di differenziazione che dopo l’esperienza delle avviamento parevano cose vecchie). Anche la Thatcher fece grandi riforme, azzerò il sindacato dei minatori, ma certamente se la definisci riformista si offenderebbe.

  19. Maccio ha detto:

    Ho dimenticato anche io una cosa che, anche se non è del tutto pertinente, ha qualche attinenza con questa discussione…
    Qual è il ruolo del sindacato nella globalizzazione?

  20. Loud ha detto:

    Ciao Maccio. Come mai ti stai scaldando tanto? Ne sta nascendo una discussione parlamentare? Allora se fossimo noi in Parlamento non saremmo migliori di loro…

    Senti, parto dalla tua postilla. Io il latinismo giuridico che a te non piace non lo uso per fare chissà che scena, anche perché “ante tempus” non è nemmeno complicato da comprendere! Semplicemente mi viene spesso spontaneo utilizzarlo, probabilmente perché i testi alla facoltà di Giurisprudenza mi hanno indirizzato verso questa terminologia. Dillo come vuoi: ante tempus, anticipato, prima del tempo. Se siamo in materia di recesso vanno bene tutti e tre, ma è facile che io utilizzi il latino. Non c’è nulla di male. E non ho intenzione di cambiare.

    Sorvolando questo punto, che sposta troppo sul personale il commento (lo ammetto: sono un po’ permaloso!!), vorrei puntualizzare che se ritengo che i datori di lavoro spesso utilizzano un contratto a termine per allungare la prova, beh, forse ho le mie motivazioni: lo vedo in ufficio con i clienti. Spesso è per conoscere meglio il lavoratore e testarne la sua affidabilità e la sua disponibilità; altre volte serve solo per verificare se l’azienda sopporta bene i costi dell’assunzione.
    E infatti non mancano le trasformazioni del contratto a termine in un tempo indeterminato.
    Ma non nego l’esistenze di datori che dopo un contratto concludono il rapporto per riaprirlo decorsi 20 giorni (o 10 se il contratto è inferiore ai 6 mesi), al fine di non incorrere nella conversione giudiziale del rapporto. Questo sì, è un abuso.
    Ma se iniziamo a inseguire ogni fattispecie allora non c’è riforma che tenga e si rimane arenati in un diritto del lavoro che non soddisfa né imprese né lavoratori. Puoi convenire almeno in questo?
    Allora partiamo dal caso maggioritario (almeno per quel che vedo io con i miei occhi): le aziende vogliono una prova più lunga? Bene, diamogliela. Cosa ci perderemmo? A mio parere nulla. Quindi si può anche valutare questa strada. Personalmente la ritengo necessaria.
    E per tutelare i lavoratori eliminiamo il tempo di “sospensione” di 10-20 gg. al fine di impedire una riassunzione. E poi formalizziamo nero su bianco la corretta applicazione della prova: non ripetibile in futuri rapporti, salvo cambio di mansioni (non solo sulla carta, pena sanzioni elevate!!!); la prova va riproporzionata in caso di contratto a termine (quanti lo fanno?); sanzionare il datore che assume più lavoratori a termine e/o in prova senza confermarne nessuno nell’arco di un determinato periodo (es. semestre).
    Però diventa poi complicata l’applicazione. Quindi tanto vale seguire Ichino: abbandonare i termini e assumere tutti a tempo indeterminato ma rendere più snella la procedura di cessazioni per giusti motivi. E il lavoratore? Dargli delle sostanziali tutele sociali, tramite gli ammortizzatori. E se preferisci coinvolgere i sindacati nelle cessazioni cosi da cercare di impederire dei licenziamenti mascherti da motivi leciti. E considera che Ichino, nella sua proposta, oltre agli ammortizzatori sociali aveva anche ipotizzato di pagare il preavviso al lavoratore licenziato.
    Se ci pensi bene, il modo di licenziare un dipendente lo si trova, anche se molte aziende hanno timore di ritrovarsi davanti al legale per ricorso del lavoratore. Ma chi ci rimette? Il lavoratore, stressato e mortificato, talvolta conciliando e altre volte perdendo. Meglio per lui quando vince. Ma dopo quanto tempo? Ne vale sempre la pena? Io credo di no.
    Allora evitiamo tutto ciò: licenziamolo se ci sono i motivi (giusta causa o giustificato motivo) oppure le ragioni economiche citate da Ichino. Indennizziamolo e tuteliamo con gli ammortizzatori sociali. Poi cerchiamo degli schemi di tutela differenziati per giovani, adulti, anziani. Certamente. Ma non mi pare che queste soluzioni siano così malvagie. Forse guardano molto di più alla realtà e ad entrambe le facce della stessa medaglia di quanto lo possano fare i Sindacati o i partiti di Sinistra.
    E considera che le tutele sopra esposte possono anche essere più di sinistra di quanto pensi.
    Non bisogna solo badare ai principi ma anche alla concretezza delle soluzioni e delle esigenze degli attori del mercato del lavoro.
    Ti ripeto, questo discorso nasce dalla realtà che tutti i giorni vedo nella pratica di consulente del lavoro che svolgo. Non lo disco tanto per creare discussione qui dentro.
    Sinceramente non mi viene in mente un modo migliore per scriverti le mie argomentazioni. Mi dispiace deluderti. Ma cos’altro dovrei dire?
    Io so solo che spesso si attaccano i Co.Co.Pro. ma quasi mai ho sentito attaccare i Contratti a termine che, a mio avviso, sono il vero strumento di precarietà. E oggi possiamo aggiungerci le false partite Iva.

    Ecco, un’idea che potrebbe venirmi in mente per ridurre gli abusi è l’utilizzo della certificazioni dei contratti, includendovi anche i rapporti di lavoro autonomo (p.iva). Come mai la certificazione non è partita come ci si aspettava? Un strumento ideato da Biagi che potrebbe rendersi utile, anche se mettere obbligatorio lo strumento rischierebbe di appesantire il sistema, un po’ come è accaduto per quell’assurdo modulo delle dimissioni volontarie (dico assurdo visto che già la gente ricorre alle risoluzioni consensuali e nessuno capisce il significato vero di queste risoluzioni, oppure perché lasciare il Mdv online è come dire “te lo preparo e ti accompagno a validarlo in DPL”, ma lasciamo stare questo punto…).

    Boh, mi fermo, un po’ amareggiato dal tuo commento. Spero di aver dato un contributo positivo e di risentirti con delle proposte alternative, piuttosto che con delle critiche a questo modello di riforma di Ichino senza proporre qualcosa di diverso.

    Ah, per la flexsecurity bisognerebbe fare di più, seguendo maggiormente la Comunità europea. Ma come al solito noi arrivamo dopo. Sono d’accordo con te che la flessibilità (quella vera, comprensiva della conciliazione dei tempi di vita e lavoro, e non quella sinonimo di precarietà) sia importante e da potenziare. Ma questo è un altro aspetto delle riforme e penso che Ichino non possa che essere d’accordo sull’applicazione della flexcurity, che comprende proprio diversi strumenti di assistenza sociale e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. La giusta dieta voluta da Biagi, in parte seguita da altri paesi dell’Unione europea come Spagna e Germania (nonostante le loro differenze), mentre inattuata in Italia o mal attuata (basti pensare ai vincoli di ore per i part time e alle sanzioni ex d.lgs. n. 61/2000 di rencente dichiarati illegittimi dalla Corte di giustizia europea…).

    A presto.
    Luca

  21. Loud ha detto:

    E comunque non dimentichiamo che, in alcuni settori dove non è cercato il prestatore di lavoro in genere ma persone che con determinate caratteristiche, spesso il lavoratore ha le sue colpe perche anziché volersi impegnare a fare e dare il meglio di sè stesso, cerca solo un posto fisso. Ne vedo tanta di gente che questa sfacciataggine. Mettiamoci nei panni dell’azienda. La gente deve svegliarsi, i giovani devono sapersi vendere quando cercano lavoro, mica gironzolare come delle anime in pena.
    Quanta gente c’è che non è in grado di cercarsi un posto di lavoro? Tanta, troppa?

    Dai, un paio di settimane fa è venuto uno con un curriculum ottimo e viso simpaticissimo. Il suo CV era tutto rivolto al giornalismo. Ha fatto un sacco di cose, complimenti a lui. Allora mi spieghi perché è venuto a far domanda nel nostro Studio? Non sarebbe adatto. Punto. Quindi l’abbiamo scartato. Beh, stava girando per tutto il palazzo alla ricerca di un lavoro. Ma caspita! Non è così che si cerca lavoro!! Non a casaccio!
    Vedi, questa è un’altra cosa che non va giù alle aziende.
    Ma ovviamente questo discorso capisci bene che non possa valere per gli operai ecc. che si fanno un mazzo e meriterebbero stipendi più alti solo per il tipo di lavoro faticoso che fanno.
    Per in altri settori il lavoro va cercato “come si deve”.
    Ecco perché poi le aziende sentono la necessità di periodi di prova più lunghi. Per capire se il lavoratore è “adatto”, caratterialmente e attitudinalmente, oltre che per le competenze (che si possono poi fare sul campo).
    Un bravo selezionatore del personale o responsabile delle risorse umane deve infatti riuscire a mettere le persone al posto giusto, capendo le esigenze di chi domanda e di offre lavoro. Quindi avere un tempo utile per verificare se le previsioni sono giuste.

    E ai lavoratori bisogna insegnare a cercare il lavoro nel modo giusto e con gli strumenti giusti. Non a casaccio. Non senza meta, senza scopo. Troppo spesso vedo la gente fare cose tanto per farle, cercare un lavoro tanto per sistemarsi, e troppo spesso impiegati fare lavori per cui non sono adatti (come la commessa incazzuta).
    Ecco, queste cose mi irritano.

    Anche queste considerazioni credo siano utili, anche se il discorso principale resta quello del commento precedente. Ri-ciao.
    Luca

  22. Completamente in accordo con il tuo ultimo intervento luca.

    Aggiungiamo anche che comunque la proposta di Ichino ha un suo lato di forte interesse, anche se certamente va fortemente integrata e migliorata, poichè risulta essere all’atto pratico non utile per il mondo delle PMI – sia dal punto di vista dei lavoratori che degli imprenditori – che attualmente in italia pesa come il 97% delle aziende presenti.

    🙂

    Un abbraccio

  23. Maccio ha detto:

    Sul periodo di prova non ci siamo capiti, o forse mi sono spiegato male. Io sostengo quanto sostieni tu ovvero che i datori di lavoro allungano strumentalmente il più possibile la prova utilizzando tempi determinati anche per quelle attività che certamente non ne avrebbero bisogno. Le differenza tra noi sono che io dico che non è giusto, tu dici, e Ichino con te, o meglio tu con Ichino ;), che siccome i datori di lavoro lo richiedono è bene farlo. Secondo me questo mostra, se ve ne fosse ancora bisogno, che le proposte Ichino che tu condividi sono sostanzialmente a favore delle imprese e non tengono conto che il lavoratore è costretto a subirle. Io credo che questa non sia un’attitudine di sinistra.

    Ancora. Ritengo che la proposta Ichino sia eticamente scorretta. Se è sufficiente al datore di lavoro monetizzare il disagio per liberarsi di un lavoratore è ovvio che quel lavoro è una merce. Ora io ritengo che per uno “studioso del lavoro” superare in questo modo un concetto assai moderno che, anche se non sempre e non ovunque attuato, ha garantito la nascita delle tutele del lavoro nei paesi occidentali negli ultimi 60 anni sia un bel passo indietro e non sia certamente un atteggiamento di sinistra. Ovviamente il passo indietro lo sarebbe per i lavoratori più deboli che avrebbero meno possibilità di tutele. Citavo non a caso l’esercito dei lavoratori occupati nella cura della persona, ma potremmo aggiungere anche i lavoratori meno specializzati e quindi meno “attraenti” per il mercato del lavoro.
    In sostanza la proposta Ichino contiene un meccanismo assai pericoloso e direi populista che certamente è in antitesi anche con l’articolo 1 della nostra Costituzione. Infatti affermando che si deve dare ancora più potere decisionale alle imprese si sostiene che in pratica dire che la nostra è una repubblica democratica fondata sul lavoro è dire che si stava scherzando. In un solo colpo Ichino si fa beffa di un trattato internazionale e della carta costituzionale, perché è evidente che le norme da lui previste potrebbero meglio tradursi in un articolo in cui sta scritto che la nostra è una repubblica democratica fondata sulla libera impresa.
    A poco serve che, bontà sua, pensi anche agli ammortizzatori sociali. Serve a poco perché ha già demolito il concetto di lavoro, ha introdotto un meccanismo da supermercato del lavoro. Lo scopo di Ichino non è fare in modo che la domanda e l’offerta di lavoro si attestino su un lavoro di qualità, su un lavoro equamente retribuito, ma è solo quello di garantire sempre un’elevata offerta di lavoro (anche detto esercito di riserva dei lavoratori) in modo che i lavoratori occupati siano sempre meno sicuri e sempre più sottoposti alla pressione del datore di lavoro che può in ogni momento identificare un modo per lasciarti a casa. E questo modo lo trova sempre…

    Ancora. Quando sei alla ricerca di un posto di lavoro devi necessariamente fare di necessità virtù. Mi sorprende che proprio tu possa affermare che quando cerchi lavoro devi fare una selezione accurata a priori. Dalla mia esperienza quando cerchi lavoro, e non lo trovi, arrivi ad un punto in cui devi inevitabilmente ampliare il tuo target. Perché devi lavorare, non puoi aspettare, se non ne hai la possibilità, di trovare il mestiere perfetto per il tuo curriculum. Altrimenti non si spiegherebbe perché ci sono così tanti laureati che non svolgono nemmeno da lontano il lavoro per cui in teoria avrebbero studiato, ma sono spesso impiegati in call center, o magari in officina.

    P.S.: non mi pare di aver alzato i toni tanto più che la cosa che ti infastidisce maggiormente è la frecciata sul latino ;). Se sei permaloso mi spiace, ma resto della mia idea. Utilizzare paroloni o gerghi tecnici fa un po’ saccente e non aiuta necessariamente le argomentazioni, anzi spesso le nasconde. Però se sei abituato a “parlare” in latino non me ne faccio un cruccio.
    Acta est fabula. Ad maiora. 😉

  24. Claudio Resentini ha detto:

    Interessante questo dibattito, mi verrebbe quasi da dire paradigmatico. Sui contenuti tutto ciò che c’era da dire l’ha già detto Maccio (complimenti per la chiarezza delle idee e dell’esposizione).
    Il punto di vista di Luca rispecchia in modo del tutto coerente con la sua professione e credo in assoluta buona fede (è la cosa che mi preoccupa di più, la “falsa coscienza” di marxiana memoria…) l’interesse dei suoi clienti. E’ un punto di vista ideologico molto diffuso, direi ormai di senso comune, post-moderno, o anti-moderno se si preferisce, sostanzialmente reazionario e in definitiva pre-moderno, ed in questa periodo storica, vincente.
    Il punto di vista di Maccio è moderno, progressista, classista, idealistico e assolutamente, ahinoi, perdente.
    Intuisco che Luca è giovane. Mi piacerebbe scoprire che anche Maccio lo sia, ma temo che invece sia un giovane del secolo scorso, come me. Di quelli che volevano cambiare il mondo o che magri credevano che stesse cambiando e che hanno perso… Allineati e coperti: sono tempi duri…
    Grazie per lo spazio, Luca. Un saluto.

  25. Volpe Claudio ha detto:

    Si vuole il ricatto dei lavoratori,questa proposta peggiorerà ancor di pù le condizioni lavorative

  26. Pingback: riforme precariato « maschile individuale

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